
Tanya Habjouqa, una regista giordana, ha voluto raccontare la tragedia dei profughi attraverso WhatsApp e i loro messaggi vocali. Si chiama "Syria via WhatsApp" ed è un film che ha, come protagonisti, i messaggi audio dei migranti.
"Papà, papà dove sei?", "Cos'hai mangiato oggi?", "Com'è il tempo?", sono solo alcune delle tante domande inviate vocalmente via WhatsApp. Ma non solo audio, anche foto. C'è chi si fa selfie dal nuovo paese, chi invia un mazzo di fiori alla propria amata, o anche messaggi di conforto. Un rifugiato in Francia scrive così alla propria moglie: “Voglio tirarti fuori dal mondo arabo dove c'è solo umiliazione. Giuro che ti porterò qui a vivere una vita migliore, vivrai con dignità.” Un altro ancora, con voce commossa, dice alla sua compagna: “Mi manchi un sacco. Mi manca stare seduto con te e i bambini per bere il caffè al mattino”. Non sempre la comunicazione è istantanea, racconta la regista, ma è grazie a questi file, è riuscita a comprendere cosa significa essere un profugo.
Sono solo loro e lo smartphone. Un compagno e di più, qualcosa che riesce a unirli anche da lontano, ma che non sempre li aiuta. Quest'arma a doppio taglio, viene però usata anche dai trafficanti per i loro scopi malevoli. Questi vengono utilizzati infatti per pagare questi "mercenari" che, grazie ai soldi inviati dai parenti delle vittime, ci lucrano su queste migrazioni. Ad esempio in Libia e in Egitto utilizzano Facebook per sponsorizzare "Viaggi in Italia", ma tutto ciò che c'è di illegale dietro, diversi profughi non lo sanno. La impossibilità di avere internet e rimanere informati, molto spesso gli fa cadere in queste "trappole" permettendo così a questi trafficanti di guadagnarci ancora di più.
Questa è solo una piccola parte di tutto quello che c'è dietro, spero che vivamente un giorno si possa porre fine a tutto questo. Io vi invito a leggere e a riflettere e, magari, di lasciare un commento di speranza per queste persone.
Qui potrete visionare il cortometraggio.
lunedì 11 aprile 2016
0 Response to Syria via WhatsApp: quando uno smartphone e una connessione salvano e aiutano i profughi
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